Alle sette del mattino, la prima buca del Pevero Golf Club non è ancora un campo da gioco: è un belvedere. Da una parte la macchia di ginepro che scende verso Cala di Volpe, dall’altra il granito che si fa rosa nella luce bassa. I greenkeeper passano in silenzio. È in queste ore, prima che la giornata si apra al resto del mondo, che si capisce perché Robert Trent Jones — l’architetto americano che ha disegnato alcuni dei percorsi più severi del Novecento — abbia accettato, alla fine degli anni Sessanta, di lavorare qui invece che altrove. Il Pevero non è un campo costruito contro il paesaggio. È un campo negoziato con il paesaggio, metro per metro, lungo sei chilometri di colline tra il mare di Cala di Volpe e quello del Pevero.

Aperto nel 1972, il percorso fa parte di un’idea precisa di Costa Smeralda — quella che il Consorzio fondato a Olbia il 14 marzo 1962 aveva in testa fin dall’inizio. Aga Khan, allora ventiseienne, e i suoi soci avevano comprato 1.800 ettari tra Liscia di Vacca e Porto Cervo immaginando non un resort, ma un modo di stare. Il golf, in quel disegno, non era un’attività accessoria. Era una grammatica del tempo libero, alla pari della vela e della casa con vista.

Un percorso che chiede pazienza

I numeri del Pevero raccontano una metà della storia. Diciotto buche, par 72, 6.107 metri dai tee di campionato, slope 141, rating 75,3: cifre che, per chi gioca, significano un campo difficile, uno dei più difficili d’Italia. Settanta bunker, qualche lago, fairway che cambiano larghezza e inclinazione a ogni colpo. Nel 1978, dal 4 al 7 maggio, qui si è giocato l’Italian Open, e la memoria di quei quattro giorni — vento, granito, scelte di club — è rimasta nel modo in cui il circolo si racconta.

Ma i numeri non spiegano la sensazione. Spiegano poco di come, alla nona buca, si vede il Tirreno aprirsi e si dimentica di colpire. O di come, alla tredicesima, il fairway si stringe tra due cordoni di roccia e bisogna decidere se rischiare. Trent Jones, scomparso nel 2000, lavorava così: costringeva il giocatore a guardare il terreno prima di guardare la palla. La clubhouse, firmata da Riccardo Bonicatti, e il piano generale di Robert O’Donnell completano un progetto che, a cinquant’anni di distanza, non è invecchiato. È, semmai, di un’altra qualità di tempo.

Il mattino e il pomeriggio: la giornata smeraldina

Il bello del Pevero, per chi vive la Costa Smeralda più che visitarla, è la sua collocazione nel ritmo della giornata. Lo si gioca al mattino, quando il vento è ancora un’idea e la luce taglia bassa sulle dune di ginepro. Per pranzo si scende alla baia di Cala di Volpe — la stessa baia su cui, nel 1963, Jacques Couëlle aveva costruito l’Hotel Cala di Volpe, la prima struttura della Costa progettata insieme a Michele Busiri Vici e Luigi Vietti dentro il piano voluto dall’Aga Khan. Couëlle, architetto francese di formazione mediterranea, immaginava edifici che sembrassero invecchiati prima ancora di essere finiti: tetti irregolari, pietra a vista, finestre disallineate come case di pescatori cresciute per addizione.

Questo dialogo tra il campo da golf e l’architettura che lo circonda è il punto. Il Pevero non è un’enclave sportiva separata dal resto. È un nodo dentro una rete: l’hotel sulla cala, il porto di Porto Cervo, la marina, la macchia che separa una baia dall’altra. Si passa dall’uno all’altro nel giro di pochi minuti, e questo passaggio — dal green al mare, dal mare al tavolo, dal tavolo al pontile — è quello che molti, qui, intendono per lifestyle. Non un programma, ma una sequenza.

Lo Yacht Club, il complemento liquido

A Porto Cervo, a pochi minuti dal Pevero, c’è l’altra metà di questa grammatica. Lo Yacht Club Costa Smeralda è stato fondato dall’Aga Khan IV nel 1967, cinque anni prima dell’apertura del campo da golf, e da allora è il riferimento della vela mediterranea. Nel 1983 il club ha sfidato per l’America’s Cup a Newport, Rhode Island, con Azzurra — un episodio che ha definito una generazione di velisti italiani e che ha legato per sempre il nome di Porto Cervo a quello dell’agonismo internazionale.

Chi vive qui in estate spesso fa entrambe le cose nella stessa settimana: una regata sabato, diciotto buche al Pevero domenica. È uno stile di vita che richiede mezzi, certo, ma anche un certo modo di pensare al tempo libero — uno in cui la disciplina, l’attenzione al meteo, la cura del gesto, contano quanto il piacere.

Una Blue Zone, dove il movimento è quotidiano

La Gallura — di cui la Costa Smeralda è il tratto più noto — fa parte delle poche Blue Zones del mondo, i territori riconosciuti per la longevità dei loro abitanti. Non è un dato di marketing: è un dato demografico. Bassa densità abitativa, assenza di industrie, traffico minimo, microclima dolce. In un contesto così, il golf smette di essere uno sport di nicchia e diventa una delle tante forme che il movimento prende all’aperto, insieme al trekking sui sentieri di mirto, all’equitazione di primavera, alla nuotata di prima mattina in una cala raggiunta a piedi.

È un dettaglio importante, perché racconta perché la Costa Smeralda funziona anche fuori stagione. Il Pevero è un campo che si gioca bene in aprile, in ottobre, in certe mattine di gennaio in cui il cielo è limpido e la temperatura sta intorno ai quindici gradi. Per chi possiede una casa qui, l’idea di tornare in autunno — quando i sentieri costieri sono deserti, i frantoi lavorano e il vento da maestrale pulisce l’aria — è uno dei motivi per cui si compra.

Il giro corto del lifestyle

C’è un giro tipico, che chi frequenta la Costa Smeralda da anni conosce bene. Si comincia al Pevero, partenza presto. Alla buca undici, se il vento gira, si vede l’arcipelago della Maddalena in lontananza. Finita la partita, si scende alla marina di Porto Cervo per un caffè e per controllare la barca. Pranzo leggero, magari al Cala di Volpe, dove l’architettura di Couëlle dà ancora la stessa sensazione che dava nel 1963: di essere in un villaggio che è sempre stato lì. Pomeriggio in mare, o sui sentieri, o semplicemente in casa con i libri.

La sera, Porto Cervo. Il porticciolo, le luci basse, le cene che durano poco perché il giorno dopo si ricomincia. Non c’è la frenesia delle altre capitali del Mediterraneo estivo. C’è, invece, una compostezza — un’idea che il lusso, qui, non è esibire ma sottrarre. La Costa Smeralda è stata costruita su questa intuizione, e il Pevero ne è uno dei risultati più riusciti: un campo da golf che, anziché imporsi al territorio, lo lascia parlare.

Cosa resta, dopo cinquant’anni

Nel giugno 2023 si è giocato qui anche il Costa Smeralda Invitational, l’evento che ha riportato i grandi nomi del golf internazionale sui fairway disegnati da Trent Jones. Cinquant’anni dopo l’apertura del 1972, il campo è ancora una delle migliori espressioni del golf mediterraneo. Non perché sia spettacolare in modo ovvio — non lo è — ma perché continua a far giocare come si giocava un tempo: con il vento, con il terreno, con la luce.

È questo, alla fine, lo stile di vita di cui si parla. Una giornata che comincia con un colpo dal primo tee del Pevero e finisce con un bicchiere sul porto, senza che nessuna delle due cose sembri eccessiva. Una continuità tra sport, paesaggio e casa che, nei dintorni del Mediterraneo, è diventata difficile da trovare. Qui, per ragioni che hanno a che fare con un’idea precisa nata nel 1962 e con la geografia che l’ha accolta, è ancora possibile. È, in fondo, il motivo per cui ci si torna.

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