A Porto Cervo, se cammini per la prima volta lungo le viuzze della Piazzetta, una cosa colpisce prima di tutte le altre: non si vedono firme. Non ci sono insegne urlanti, non ci sono facciate in vetrocemento che vogliono farsi notare. I tetti sono bassi, color terra. I muri seguono la curva della roccia invece di forzarla. Si fatica perfino a capire dove finisca un edificio e cominci il granito. Questo, qui, è il punto: il lusso che la Costa Smeralda ha scelto, sessant’anni fa e ancora oggi, è un lusso che non alza la voce.
È una posizione scritta nero su bianco. Il Regolamento del Consorzio chiede che i volumi edilizi siano “armonicamente inseriti nella topografia del terreno” e che si evitino “forme lineari e troppo rigide, che non si integrano bene nel paesaggio costiero”. Tradotto: niente parallelepipedi, niente gesti d’autore che pretendono di dominare la collina. La collina viene prima. E qualunque intervento di manutenzione, anche ordinaria, deve passare per il vaglio del Comitato di Architettura. Pochi posti al mondo difendono così il proprio sottovoce.
Un’idea nata adulta
Conviene sapere come è cominciata, perché spiega tutto il resto. Il 14 marzo 1962, in una stanza di corso Umberto 193, a Olbia, davanti al notaio Mario Altea di Tempio, nasce il Consorzio Costa Smeralda. L’Aga Khan ha ventisei anni e cinque soci. Insieme hanno comprato 1.800 ettari a Monti di Mola — un nome che oggi non dice nulla a nessuno, e questo da solo racconta quanto fosse vuota quella costa. La scelta successiva è quella che conta davvero: invece di chiamare archistar e farsi un monumento, l’Aga Khan mette insieme un Comitato di architetti — Jacques Couëlle, Michele e Giancarlo Busiri Vici, Luigi Vietti, Antonio Simon Mossa, Raymond Martin — e affida a loro un linguaggio comune. Mediterraneo, manuale, mimetico.
Il risultato lo si tocca con mano nelle prime opere. L’Hotel Cala di Volpe, firmato da Jacques Couëlle tra il 1961 e il 1963 e poi completato dal figlio Savin, è un finto borgo marinaro: torri sfalsate, intonaci scrostati ad arte, finestre disallineate. Sembra cresciuto lì da secoli. Lo stesso Savin Couëlle, scrive Domus, ha portato avanti “un’architettura emozionale e a tratti onirica, che non ostenta il lusso ma lo suggerisce con eleganza”. È la definizione più precisa che si possa dare di silent luxury, e ha sessant’anni.
Michele Busiri Vici, nel giro di pochi anni, firma altri pezzi del vocabolario: villa Bettina nel 1962, gli hotel Luci di la Muntagna e Romazzino tra il 1964 e il 1965, la chiesa Stella Maris nel 1968. Edifici che oggi si vedono solo se uno sa dove guardare, perché stanno dentro la collina più di quanto la collina stia dentro loro.
Il privilegio di non essere visti
Chi compra qui — e chi viene qui in vacanza — lo fa per sparire. Le case non si affacciano sulla strada; spesso non si affacciano nemmeno l’una sull’altra. Le siepi di ginepro e mirto fanno il lavoro che altrove fanno i muri di cinta. Le piscine si scavano nel granito e si confondono col mare. I tetti coppi sono volutamente irregolari, perché un tetto perfetto sarebbe sospetto.
C’è un dato che dà la misura di questa filosofia. Il Consorzio si estende oggi su 3.114 ettari, e di questi solo 117 — il 3,7% — sono occupati da costruzioni private e infrastrutture. Il resto è macchia, granito, costa: 55 chilometri di litorale che restano, in larghissima parte, intatti. Pochi sviluppi residenziali al mondo possono dichiarare un rapporto così sbilanciato a favore del vuoto. E il vuoto, qui, è la merce di lusso.
Una geografia senza rumore
Il silent luxury della Costa Smeralda non è solo una questione di architettura, è una questione di geografia. La Gallura fa parte di una delle poche Blue Zones al mondo, le aree riconosciute per la longevità dei loro abitanti. Non ci sono industrie. Il traffico è minimo. La densità abitativa è tra le più basse d’Europa. Quando un proprietario di Manhattan o di Mayfair passa qui un’estate intera, quello che lo conquista non è il beach club — quello lo trova ovunque — ma il fatto che alle nove di sera, fuori dalla finestra, si sentono i grilli.
Le giornate seguono una liturgia che non ha bisogno di essere postata. Un tuffo all’alba in una cala raggiungibile solo a piedi. Una camminata in un sentiero che profuma di mirto, cisto, finocchietto selvatico. Una cena che finisce con la luce che diventa dorata e nessuno che applaude. È un programma poverissimo, sulla carta. È esattamente quello per cui la gente, oggi, paga le cifre più alte.
Cosa è cambiato — e cosa no
Nel 2012 il Consorzio è passato di mano. Il fondo sovrano del Qatar, attraverso Qatar Holding, ha acquisito da Karim Aga Khan i quattro hotel storici — Cala di Volpe, Pitrizza, Romazzino e Cervo Hotel — più il Porto Cervo Marina, il Cantiere Navale, il Pevero Golf Club e una partecipazione del 51% su 2.290 ettari di terreni non sviluppati. L’operazione valeva attorno ai 750 milioni di euro.
Il dettaglio interessante è che il Comitato di Architettura non è stato smontato. Il Regolamento edilizio è rimasto. I tetti non possono essere più alti di quanto erano nel 1965. Le forme rigide sono ancora vietate. Un investitore con una fortuna globale, comprando, ha comprato anche un vincolo: qui non si fa quello che si vuole. Questo è ciò che protegge il valore. Se domani qualcuno potesse alzare una torre di vetro sopra Capo Ferro, l’intero racconto della Costa Smeralda collasserebbe in una settimana.
Le quattro stagioni del sottovoce
C’è poi un altro aspetto, meno noto, che racconta bene cosa significhi oggi vivere qui invece di apparire qui. La Costa Smeralda ha smesso da tempo di essere solo una destinazione di luglio e agosto. In primavera i sentieri si aprono al trekking e all’equitazione; chi ha una casa in Pitrizza o verso Capo Ferro arriva a Pasqua e resta. L’autunno è la stagione delle vendemmie, dei frantoi, di un ritorno quasi monastico al ritmo dell’isola. L’inverno — e questa è la sorpresa per chi non c’è mai stato a gennaio — non chiude: cieli limpidi, temperature miti, la costa che si può percorrere a piedi per chilometri senza incontrare nessuno.
È il motivo per cui la seconda casa in Costa Smeralda ha cambiato natura. Non è più un campo base per le tre settimane di agosto. È diventata, per molti, una residenza vera, aperta sei o otto mesi l’anno, raggiungibile con un volo privato in poche ore dalle principali capitali europee. I grandi patrimoni internazionali, oggi, cercano un posto dove la ricchezza non vada esibita, dove i bambini possano camminare scalzi e dove il telefono possa restare in un cassetto.
Il lusso che resta
C’è una frase che si sente ripetere spesso a Porto Cervo: il vero privilegio, qui, è la sintonia con la natura. Non è uno slogan: è ciò che hanno costruito, con un’ostinazione quasi notarile, sessant’anni di Regolamento edilizio, di Comitato di Architettura, di tetti bassi e finestre piccole. Il lusso silenzioso non è un’estetica recente, importata da qualche rivista scandinava. In Costa Smeralda è la lingua madre.
E forse è per questo che, in un’epoca in cui l’ostentazione si è spostata sugli schermi e ha perso ogni residuo di fascino, questo angolo di Sardegna torna a essere quello che voleva essere fin dall’inizio: un posto dove le persone più visibili del mondo possono finalmente non vedersi.